Il Classico Si Fa Pop

  • Quando?

    Dal 14 Dic 2018 al 07 Apr 2019

    Dove?

    Botteghe Oscure, Roma

Arte Cultura Tempo libero



Il Classico si fa Pop

Di scavi, copie e altri pasticci

Roma, Museo Nazionale Romano
Crypta Balbi
via delle Botteghe Oscure, 31

Palazzo Massimo
Largo di Villa Peretti 1

Dal 14 dicembre 2018 al 7 aprile 2019

Il Classico si fa pop non è solo un’esposizione temporanea, ma un progetto scientifico nato all’interno
dell’Istituzione che ho l’onere di dirigere dalla primavera del 2017. La mostra infatti è stata ideata da
Mirella Serlorenzi, responsabile delle sedi di Palazzo Massimo e Crypta Balbi, grazie a una singolare
scoperta archeologica, di cui è stata protagonista quando nel 2010 era funzionario della Soprintendenza
Speciale per i Beni Archeologici di Roma, ovvero il ritrovamento dell’atelier di Giovanni Trevisan
detto il Volpato nel rione Monti. L’eclettismo di questo straordinario personaggio, che ha saputo trarre
dall’antico quella spinta generatrice per la propria arte, ha orientato la mostra su molte tematiche di
approfondimento che hanno potuto beneficiare delle competenze, oltre che di Mirella Serlorenzi, di
Marcello Barbanera e Antonio Pinelli, nella cura di questo splendido catalogo.
La sede della Crypta Balbi si presenta come luogo ideale per l’esposizione dei materiali rinvenuti
nell’indagine archeologica, in quanto essa stessa esempio rilevante della musealizzazione di uno
scavo di archeologia urbana. È questo il luogo in cui troverà posto la narrazione della scoperta della
“fabbrica” e della figura di Giovanni Volpato, personaggio di spicco nel panorama culturale della Roma
neoclassica. I frammenti rinvenuti documentano una serie di ceramiche da tavola, finora poche note,
e un piccolo campione della creazione di statuette a tutto tondo che costituiscono il prodotto più
conosciuto e pregiato dell’artista, come il Trionfo di Bacco e Arianna di Bassano del Grappa presente
in mostra.
La storia particolarissima di questo imprenditore dell’antico mette in evidenza anche la sua lucrosa
attività di vendita, falsificazione e restauro dei marmi antichi, ma soprattutto nella creazione di copie:
una vasta produzione considerata testimonianza di cultura e gusto da esibire. La diffusione del turismo
di élite in questo straordinario arco cronologico e la richiesta di opere di qualità, che gli aristocratici
europei volevano portare nelle proprie dimore di lusso, generarono sul mercato quella che può essere
definita l’“invenzione del souvenir”, una forma più “democratica” del collezionismo di antichità.
Tema che verrà trattato attraverso la presentazione di pregiate produzioni in cui le “antichità” sono
raffigurate su oggetti di uso, quali le ceramiche a imitazione di Wedgwood provenienti anche dalla
manifattura Ginori Doccia (raccolta acquisita recentemente dallo Stato italiano insieme al museo di
Sesto Fiorentino), spille e oggetti in micromosaico, ma anche nelle stampe di Piranesi e dello stesso
Volpato che illustrano i luoghi sacri dell’archeologia, come il Foro Romano e il Colosseo.
Con un occhio scanzonato si arriva al contemporaneo dove il souvenir da oggetto di lusso e
rappresentazione di un messaggio culturale e di uno status symbol finisce per divenire anche elemento
dozzinale e kitsch, merce di bassissima qualità, venduta ai turisti del nostro tempo.
La sede di Palazzo Massimo si assume il compito essenziale di raccontare il fervente clima culturale
di cui Roma era teatro, il risveglio dello spirito critico, il gusto del dibattito tra artisti e dotti: Angelica
Kaufmann, Antonio Canova, Gavin Hamilton, Thomas Jenkins, e Giovan Battista Piranesi, nonché
Winckelmann e Goethe, ma soprattutto l’ammirazione dell’antico, dopo che le grandi imprese
archeologiche e soprattutto la scoperta di Ercolano sollecitavano spunti di riflessione ed emulazione
dell’arte antica. È il momento in cui vengono aperte al pubblico le prime collezioni di antichità, in
Campidoglio i Musei Capitolini (1734), e in Vaticano il Museo Pio Clementino (1771).


Una storia che nasce da una scoperta nel rione Monti a Roma - quella dell’atelier di Giovanni Trevisan
(1735-1803), detto il Volpato - e che racconta gusti, forme e mode dell’antico, dall’età classica ai giorni
nostri, passando per la stagione del Grand Tour, quando nasce il gusto per il souvenir. È questa la trama
della mostra “Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci”, allestita in due delle sedi del Museo
Nazionale Romano: Crypta Balbi e Palazzo Massimo.
La rassegna - dal 14 dicembre 2018 al 7 aprile 2019 – è promossa dal Museo Nazionale Romano con
Electa, e ideata da Mirella Serlorenzi che l’ha curata con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli.
“Un’esposizione che è stata pensata per essere divulgata al grande pubblico attraverso una chiarezza
narrativa che si è giovata ampiamente della tecnologia, per rendere manifesti temi e contenuti che
altrimenti sarebbero rimasti nascosti” spiega Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano.
Un caleidoscopico allestimento ricorre a proiezioni e magici giochi di luci e ombre per moltiplicare,
scandire, accentuare forme, innesti, imitazioni, multipli e trasformazioni cominciando con la narrazione
di Volpato e della sua fabbrica di ceramiche.
Noto artista e incisore, amico di Antonio Canova e di Angelica Kaufmann, contava tra i suoi clienti il re
Gustavo III di Svezia e l’imperatrice Caterina II di Russia. Realizzava prodotti raffinati ed eleganti per
un pubblico colto e d’élite: quello del Grand Tour, desideroso di possedere tanto originali di età romana,
quanto repliche di piccole dimensioni. Caratteristica del laboratorio di Volpato è la realizzazione di
statuine a tutto tondo in biscuit, materiale che appariva più simile al marmo rendendo gli oggetti più
vicini agli originali di età romana. Preziosi sono gli esemplari in mostra, così come i suoi dessert, chiamati
anche trionfi, costituiti da figurine che componevano un fastoso centro tavola. Il Museo di Bassano del
Grappa presta il maestoso Dessert di Bacco e Arianna, composto in origine da novantotto pezzi.
Insieme ai lavori di Volpato, la rassegna non trascura altre produzioni di moda all’epoca del Grand Tour.
In particolare oggetti e arredi in micromosaico con vedute di monumenti romani. Non a caso la Crypta
Balbi, museo sorto intorno a uno scavo urbano, ospita questa sezione della mostra.
A Palazzo Massimo, invece, viene messo in particolare evidenza il tema della serialità artistica in tutta la
sua complessa varietà. Gli stessi Discoboli, qui conservati, dimostrano anche per l’età classica l’esistenza
della riproduzione di opere d’arte da originali greci. Sono circa una ventina gli esemplari antichi arrivati
fino a noi e cinque di essi sono in mostra per mettere in evidenza il concetto di moltiplicazione. Ancora
oggi il Discobolo resta un’immagine potente nella cultura contemporanea, come si evince dallo scultoreo
torso fotografato da Mapplethorpe. Così come all’Ermafrodito dormiente, copia di epoca romana di
una figura di età ellenistica, s’ispirano tanto Canova quanto Francesco Vezzoli. Modello antico, versione
neoclassica e contemporanea si fronteggiano, con significati distanti tra loro.
I temi della rassegna sono approfonditi nel catalogo edito da Electa. Saggi critici, inoltre, rilevano
l’attualità del classico nel Settecento e nell’Ottocento, ricordano i cenacoli culturali dell’epoca, lo sviluppo
delle raccolte pubbliche di archeologia, i centri di produzione del souvenir, dalla litografia al dipinto alla
ceramica, insieme ad una riflessione sulla figura dell’artista, in Grecia e nella contemporaneità.

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