Stefano Bellon

Direttore della “Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza”

“La prima cosa che mi colpisce di lui, oltre all’altezza, sono gli occhi buoni, l’espressione gentile”.

Ho appuntamento con il Dottor Stefano Bellon nel suo ambulatorio in via Milazzo a Padova. Non è la prima volta che lo incontro, ma sono passati un po’ di anni... Non ricordo così bene la sua fisionomia. Mi apre la porta e, dall’alto del suo metro e 98, si protende verso di me (non propriamente una “vatussa”!) per stringermi la mano.

Il Dottor Stefano Bellon, per chi non lo sapesse, è il Direttore della “Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza” che, con i suoi 17.500 mq, è il più grande centro di ricerca sulle malattie infantili d’Europa (www.cittadellasperanza.org). Padovano doc, 57 anni, Bellon riesce ad occuparsi della Fondazione nonostante il suo lavoro di medico di base, che lo vede impegnato in ambulatorio dalle 9 alle 13 e nelle visite a domicilio dalle 14 alle 17. Un paio d’anni fa è stato nominato Presidente dell’IRA (il più longevo Istituto di Riposo per Anziani della provincia di Padova), è membro dell’ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo) - di cui è stato per 3 anni Commissario Regionale - già Consigliere generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Dal 2015 è Presidente della sezione di Padova di AICE (Associazione italiana contro l’Epilessia). “Ho una figlia che soffre di epilessia - rivela Bellon - Oggi sta bene, ma sono un padre che sa cosa vuol dire dover affrontare la malattia di un figlio”.

Vanta un passato da azzurro nella nazionale italiana di nuoto, con ben 18 vittorie nel suo palmarès.

L’elenco delle sue attività è davvero lungo.
“In effetti mi riconosco una certa energia. Non sono poche le cose che mi coinvolgono. Faccio solo quello che mi piace. Quello in cui credo”.

E in cosa crede?
“Credo che ognuno di noi, nel proprio piccolo, possa e debba fare tutto quello che gli è consentito per aiutare gli altri. Segnare così la propria presenza. Il che non vuol dire apparire a tutti i costi, ma dare un significato alla propria vita e a quella degli altri”.

È questo il senso della vita secondo Stefano Bellon?
“Assolutamente sì. Una visione del mondo ereditata da mio padre, per la sua proverbiale e immensa disponibilità verso gli altri, in qualsiasi ora del giorno e della notte”.

Facciamo un passo indietro. Ci racconti della sua infanzia.
“Sono figlio di un medico condotto, Antonio, che ha sempre svolto solo ed esclusivamente quella professione, come si faceva allora. Mio padre si laurea nel 1946 e comincia a fare il medico, all’inizio in ospedale, poi si dedica all’attività ambulatoriale e domiciliare. Lavorava 24 ore su 24, sette giorni su sette. Durante le elementari riuscivo a vederlo solo la domenica, perché la sera andavo a letto presto e non lo incrociavo quando tornava dal lavoro, spesso dopo le 21”.

Quindi le è un po’ mancata la figura paterna?
“No di certo. La figura di mio padre è stata sempre presente nella mia vita. Una figura di riferimento non solo per me e mia madre, ma anche per i nuclei familiari dei suoi sette fratelli. Tra tutti, era l’unico ad aver raggiunto un titolo di studio. Si era costruito dal nulla, con perseveranza e dedizione. Era rispettato e benvoluto da chiunque lo conoscesse”.

Mentre racconta di suo padre, le grandi mani del Dottor Bellon accarezzano la vecchia scrivania del suo studio. “Vedi questa scrivania?”, mi chiede assorto. “Sì, è molto bella”, rispondo io in attesa di saperne di più. “E’ la vecchia scrivania di mio padre. Se potesse parlare… Resterà per sempre qui nel mio studio”, racconta continuando ad accarezzarla, come se fosse la mano di suo padre.

Torniamo alla sua fanciullezza.
“Ricordo da sempre di aver voluto fare il medico condotto, come mio papà. Per me è questa la vera medicina: dedicarsi completamente al benessere del paziente, non solo dal punto di vista medico, ma anche psicologico e assistenziale. Il medico, una volta, era un po’ come il prete. Questo vale in parte anche oggi, ma non come al tempo di mio padre”.

Ha respirato l’aria dell’ambulatorio fin da piccolo. Non le è pesato rapportarsi con le malattie e il dolore degli altri?
“No, perché mio padre è sempre stato positivo. Adorava il suo lavoro. Sapeva quando cominciava, ma non sapeva quando finiva. Eppure, mai una lamentela, mai una tensione. La mattina correva prestissimo in ambulatorio, dove una folla di gente era già lì ad aspettarlo. Tanti pazienti mandavano i figli a studiare in ambulatorio per tener loro il posto. Svelo un piccolo segreto. Uno di questi bambini si chiamava Flavio…” (sorride enigmatico).

Zanonato? (Rispondo al volo, quasi fosse un quiz).
“Eh già… Mio padre era il medico della famiglia Zanonato, che abitava a pochi isolati dal suo ambulatorio. Il piccolo Flavio si sedeva in ambulatorio con un bel libro sulle ginocchia (era un grande appassionato di lettura) e aspettava il suo turno di visita. Altre volte teneva il posto ai suoi genitori. Con Flavio Zanonato (ex sindaco di Padova, ex Ministro dello Sviluppo Economico, oggi Europarlamentare) siamo ancora legati da una forte amicizia, ma anche da un rapporto professionale medico-paziente. Questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno”. Lo ringrazio per averla raccontata in anteprima a “Storie”.

Poi arrivano gli studi in Medicina e il nuoto a livello agonistico.
“Dopo aver frequentato il Liceo scientifico Fermi, nel ’78 mi iscrivo alla Facoltà di Medicina, laureandomi nell’84. Stavo seguendo le orme di mio padre, come sognavo di fare fin da bambino. Forse per questo non mi è mai pesato studiare. Papà all’Università mi aiutava spesso negli studi. Comunque non ero un secchione da 30 e lode! Ero vivace. Ho avuto anch’io i miei alti e bassi, anche perché, oltre allo studio, portavo avanti con passione la mia attività agonistica nel nuoto. Ho iniziato a nuotare da bambino, a 5 anni, su suggerimento della suora dell’asilo. I miei genitori decidono di mandarmi a nuotare alla Rari Nantes Patavium, allora l’unica piscina di riferimento. Qui, nel 1965, vinco il mio primo titolo italiano nei 1.500 stile libero. Approdo alla nazionale giovanile nel ‘72”.

Tra i suoi tanti progetti, sogna di riportare i Campionati italiani di nuoto a Padova.
“Mi capita di parlarne con referenti e con appassionati del mondo dello sport e del nuoto. Da più parti c’è la volontà di riportare a Padova, a distanza di quell’unica edizione di oltre 40 anni fa, i Campionati assoluti italiani di nuoto. Non sarebbe male…”.

Quando entra nella sua vita la “Città della Speranza”?
“Nel 1993, ancora prima della nascita della Fondazione. Allora ero Presidente di un Round Table, un Club Service che riunisce professionisti, lavoratori e imprenditori under 40 in attività di servizio. Il service nazionale in quel periodo era sostenere il trapianto di midollo osseo. Mi avvicino così al mondo ematologico. Insieme all’ADMO e all’AIL di Padova decido di organizzare, nel giugno del ’93, una ‘Partita del Cuore’ a favore del realizzando Centro di Oncoematologia Pediatrica. Presentiamo la manifestazione in Regione a Venezia: la Nazionale Italiana Cantanti contro la Nazionale Italiana Artisti TV. Erano gli anni in cui la Nazionale Cantanti riempiva gli stadi olimpici. E’ durante questa manifestazione benefica che conosco Franco Masello, l’imprenditore vicentino che ebbe per primo l’idea di dar vita alla Fondazione ‘Città della Speranza’, dopo la morte del suo nipotino di 8 anni, Massimo, per una leucemia acuta”.

Uno strappo al cuore lacerante, che spinge Masello a cercare finanziatori per far sorgere un centro d’eccellenza per la cura delle malattie oncologiche infantili. Di finanziatori Masello ne trovò moltissimi… In poco tempo raccolse 250 milioni, poi altri 130 li ottenne da imprenditori amici. E’ grazie al sostegno di tanti imprenditori illuminati che nacque la Fondazione “Città della Speranza”. Franco Masello non poteva trovare nome più appropriato per il nuovo centro di diagnosi e terapia delle malattie oncologiche infantili. Speranza nel futuro per tanti bambini malati. Speranza per genitori schiacciati da diagnosi pesanti come macigni. Inaccettabili, ma drammaticamente vere.

“Grazie all’esercito di medici, di infermieri e di volontari della ‘Città della Speranza’ - racconta Bellon - la prima sensazione per i bambini malati e per le loro famiglie è quella di non essere soli a combattere la loro battaglia. Chi è entrato in reparto dopo la sua costruzione, è stato colpito da subito da un ambiente carico di luce, di colori, di energia positiva”.

Poi è stata costruita la magnifica “Torre della ricerca”.
“Dal 1° ottobre 2012, la Fondazione ha questa nuova e straordinaria sede. Un grattacielo di 11 piani e di 20mila metri quadrati di superficie, costruito in 3 anni e costato oltre 30milioni di euro. Ricorda la forma di un angelo, o dell’elica del DNA. L’architetto Paolo Portoghesi ci ha generosamente donato il progetto”.

Raccogliere fondi per la “Città della Speranza” è una delle cose che riesce meglio al Dottor Bellon. In tanti anni di attività ha organizzato staffette di nuoto e di corsa - con la manifestazione 24H for Children - conseguendo due record entrati nel Guinness dei primati. Ha dato vita al progetto il “Gusto per la Ricerca”, in sinergia con i fratelli Alajmo del ristorante stellato Le Calandre di Rubano (Padova). Dalla nascita della Fondazione, Bellon è riuscito a raccogliere oltre 30 milioni di euro.

Quando ha scoperto la sua spiccata attitudine nel fund raising?
“Nel ’93, in occasione della Partita del Cuore. Non avevo mai fatto nulla di simile, ma, un po’ grazie ai contatti di mio padre, un po’ grazie alla mia tenacia, sono riuscito a raccogliere i 50 milioni di lire utili per finanziare il progetto”.

L’hanno battezzata “Dottor Euro”, le da fastidio?
“No, nessun fastidio. Anzi, mi fa piacere. Riuscire a raccogliere denaro in modo trasparente e per una giusta causa mi fa sentire utile. La parte di spese della ‘Città della Speranza’ non ha mai scalfito gli incassi. Gli sponsor hanno sempre coperto i costi e tutto quello che i cittadini danno va all’ente benefico. Qui non viene mai sottratto nulla”.

Cosa la fa arrabbiare?
“Le persone che vogliono prevaricare gli altri. Oggi c’è poca tolleranza, poca pazienza, poca civiltà. In compenso c’è tanta arroganza, fretta, indifferenza. Detesto la poca disponibilità nei confronti degli altri. Non amo la superficialità”.

Non le fa rabbia il fatto che ancora oggi non si riescano a salvare tanti bambini, nonostante i progressi della medicina?
“Non è facile farsene una ragione, ma credo ci sia una risposta per tutto, anche se dolorosa. Oggi siamo in grado di gestire gli ultimi anni e giorni di vita dei malati in maniera eccellente, attraverso la terapia del dolore, dando dignità di vita a tutti, anche nella malattia. Se pensiamo ai bambini ammalati, o agli anziani, la cosa migliore che possiamo fare è privarli del dolore, accompagnandoli nel modo migliore verso il passaggio… E’ anche vero, però, che non ho mai visto un bambino morire davanti ai miei occhi. Il timore di un’esperienza così drammatica è l’unica cosa che mi ha frenato dall’andare per esempio in Africa con delle Onlus, come invece hanno fatto diversi miei colleghi”.

La ricerca ha fatto comunque passi da gigante.
Tengo a sottolineare un dato che pochi conoscono: oggi le diagnosi di tutte le leucemie e di tutti i linfomi in età pediatrica scoperti in Italia vengono eseguite a Padova. E non è tutto: siamo il centro di diagnosi e terapia anche di tutti i tumori rari e i sarcomi che colpiscono i bambini in Europa. Fino ai primi anni ’70 scampavano alle leucemie solo 10 bambini su 100. Oggi, fatta la media di tutte le malattie oncologiche infantili, siamo arrivati ad una percentuale di sopravvivenza dell’80-85% a 5 anni dalla diagnosi”.

Il suo obiettivo?
“Arrivare a salvare tutti i bambini malati di tumore”.


a cura di Damiana Schirru, Storie di JoyLife - Racconto del: 15.02.2016