Silvia Gori

Fondatrice e Presidente di iDonna Impresa Donna e Cultura

“Ho 47 anni e sono strafelice, perché sento di aver realizzato tante cose nella mia vita”.

Inizia così a raccontarsi Silvia Gori, Fondatrice e Presidente dell’Associazione di imprenditoria femminile iDonna - Impresa Donna e Cultura (www.idonna.org).

E’ lei la prima persona che ho il piacere di presentare ai lettori di “Storie”. La prima con cui si apre questa rassegna di percorsi umani ed esistenziali, di finestre aperte su universi sconosciuti, inediti, a cui ho il privilegio di poter accedere grazie a “Storie”.

Minuta, due occhi scuri e vivaci come carboni ardenti, Silvia mi attende nel suo ufficio in zona Industriale a Padova, quartier generale dell’Associazione iDonna, da lei fondata nel dicembre 2013.
“Ma prima di arrivare a iDonna ne ho di cose da raccontare”, puntualizza con un irresistibile accento umbro e un sorriso che ti fa sentire a casa.

E allora facciamo un tuffo nel passato di Silvia Gori, nella sua meravigliosa Spoleto.
“La mia casa, ieri come oggi. Vivo a Padova da 16 anni, ci sto benissimo, ma le mie radici sono a Spoleto, città mistica, piena di arte e bellezza”.

Silvia cresce in una famiglia felice.
“Posso dire di aver avuto il mio Mulino Bianco”. Una mamma casalinga, un padre imprenditore, un fratello, Massimo, di 13 mesi più grande di lei, a cui è legatissima.
“Sono stata una brava bambina (ride), né troppo riservata né troppo sfrontata. Ho ricevuto un’educazione rigida. Da adolescente non sono mai stata una ribelle. Ho sempre avuto una gran sete di conoscere, di sapere. All’Università ho frequentato Lettere con indirizzo storico-artistico. La cultura è da sempre il comun denominatore della mia vita. Mio fratello ed io siamo stati tanto coccolati da papà, mamma e dai nonni paterni, ma mai viziati. I miei genitori ci hanno insegnato a conquistarci le cose e ad apprezzare tutto quello che avevamo”.

I ricordi scorrono nella mente di Silvia e si trasformano in immagini vivide, che hanno il profumo del calore domestico, dell’intimità familiare.
“Quando mia madre, Novella, scoprì di aspettare il primo figlio, decise di lasciare il lavoro e di dedicarsi alla famiglia. Lei è da sempre l’angelo del focolare per me, l’immagine della dolcezza. E’ una cuoca straordinaria. Mio padre, Bruno, il punto di riferimento in assoluto della mia vita. Lui è la mia guida. In me c’è una componente maschile molto forte - riconosce Silvia - forse dovuta a questo cordone ombelicale mai rescisso che mi lega così fortemente a mio padre”.

Buffo, penso. La Presidente di un’associazione di imprenditoria femminile ha come modello di riferimento una figura maschile. Ma sì, cosa c’è di strano? Perché ricadere nei soliti stereotipi di genere ogni volta che si parla di associazionismo e imprenditoria femminile? O di uomini e donne? La metto a parte di questa mia riflessione.
“E’ una cosa a cui ho pensato spesso anch’io - mi rassicura - Il mio impegno è quello di garantire alle donne (ma non solo) una maggiore qualità nel lavoro e nella vita quotidiana grazie a iDonna: questo è il mio obiettivo, e alla fine rifletto sul fatto che ad ispirarmi è da sempre la figura di mio padre, e a volere fortemente che fondassi iDonna è stato proprio mio padre…”.

Quando parla di lui, Silvia si commuove. I grandi occhi scuri tradiscono un dolore che non riesce a nascondere… E’ a questo punto che mi racconta della malattia di suo padre, colpito da un ictus il 2 febbraio 2014, poco dopo la nascita di iDonna.
“Il suo è un male incurabile, che gli ha tolto la parola oltre a tante funzioni cognitive e motorie, ma lui combatte come un leone, continua a lottare. Mi ha sempre insegnato a vivere la vita fino in fondo, a non arrendermi di fronte alle difficoltà”.

E di difficoltà Silvia ne ha dovute superare nella sua vita, a cominciare dalla fine di un sogno.
“Il primo grande dolore per me è stato la fine del mio matrimonio. Sono una donna tradizionalista, mediterranea, con un’idea di famiglia molto radicata. Con il mio ex marito è stato vero amore, anche se è finita. Ci siamo conosciuti a Perugia, mentre svolgevo la mia prima attività lavorativa per una società che si occupava di spazi museali. Dopo aver frequentato a Spoleto una scuola per operatori turistici (il mio sogno era andare all’estero e viaggiare il più possibile), mi ero iscritta ad un corso per operatori museali. Riuscii ad inserirmi in questo stimolante contesto lavorativo, e in quello stesso periodo conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Lui viveva con la sua famiglia a Portogruaro, ai confini col Friuli, e studiava ingegneria a Padova, dove si è laureato. Mi raggiungeva in Umbria ogni week end. Dopo 4 anni di fidanzamento, nel ’97 decisi di trasferirmi a Padova, perché il lavoro del mio compagno in quel momento era più importante del mio. Avevamo un progetto di famiglia, e volevamo realizzarlo. Tra l’altro mi trasferii dopo il terribile terremoto che colpì l’Umbria nel 1997. Anche i Musei subirono gravi danni, quindi mi stavo comunque guardando in giro. Il trasferimento a Padova fu il passo successivo. Appena trasferita, trovai subito lavoro nella Camera di Commercio, e da lì mi sono sempre occupata di imprenditoria femminile, fino alla fondazione di iDonna, la mia creatura”.

Poi arrivò il matrimonio.
“Ci siamo sposati in un antico maniero umbro, una festa nuziale magnifica, con tanti amici di Padova e di Spoleto. I primi 3 anni di vita coniugale li dedichiamo ai viaggi, nostra grande passione. Poi, desiderata da entrambi, nasce nostra figlia Vittoria. I primi due anni dopo la sua nascita, li dedico totalmentea lei. Lascio per un anno e mezzo il lavoro per vivere appieno il ruolo di mamma. Nel frattempo, il rapporto tra me e mio marito cambia… Ne segue una separazione dolorosa, non è stato facile”.

Come l’Araba Fenice, però, dalle ceneri di questo dolore nasce un’altra Silvia, con nuove consapevolezze.
“Mi rimetto in gioco, a partire dal lavoro. Gestisco la mia vita conscia del fatto che ora sono una donna sola, con una figlia a cui pensare. Punto su me stessa. Per prima cosa, lascio la Camera di Commercio. C’è voluto del coraggio, ma volevo misurarmi con un lavoro in proprio, che arriva al momento giusto. Seguo il marketing nella logistica di una grande azienda, ma mentre mi dedico alla nuova attività, il mio telefono non fa che squillare. Sono tutte le imprenditrici della Camera di Commercio che avevo seguito per tanto tempo. Sono state loro a illuminarmi. Volevo dar vita ad un’Associazione aperta, dinamica. L’idea di ‘rete’ per me prioritaria: iDonna significa sinergia pura. Si distingue da altre associazioni di imprenditoria femminile per tanti aspetti, a cominciare dal mio modo di pormi con le imprenditrici: come una persona dinamica, aperta ma semplice, amicale, con un linguaggio accessibile. Questo crea rete”.

E le Pari Opportunità?
“Non credo nelle pari opportunità come sono concepite oggi. I vari uffici pubblici hanno istituito sportelli per le cosiddette ‘pari opportunità’, ma di risultati concreti in giro c’è poco o nulla. Mi sembra una presa in giro per le donne, le prime ad essere sempre penalizzate, a cominciare dalla maternità. Va comunque detto che spesso a fare meno rete tra loro sono proprio le donne... Si affidano di più ai maschi. Dipende anche dall’educazione ricevuta, da modelli familiari che devono evolversi. Tra le mie associate per fortuna non è così. Nonostante le difficoltà, nei 14 anni in cui mi occupo di imprenditoria femminile, ho visto che se una donna ha buona volontà di fare le cose, alla fine ci riesce sempre”.

Non facile gestire un’Associazione che conta centinaia di imprenditrici.
“Anche in questo devo molto a mio padre - racconta Silvia - Io sono una creativa, ma lui mi ha insegnato a coltivare il mio spirito pratico. Anche se avevo la mia paghetta, ogni estate papà mi faceva lavorare per la sua azienda. Con il mio inseparabile motorino, mi mandava a fare tante commissioni: dal commercialista, in banca, alle poste, dal consulente del lavoro. Se oggi mi so muovere bene tra le mille necessità delle nostre associate, lo devo al grande insegnamento di papà”.

Oltre a iDonna, Silvia coltiva molti interessi.
“Mi piace praticare l’arte del vivere bene (sorride). Cerco di essere serena. Amo i viaggi, l’arte, il teatro. La cultura in ogni suo aspetto, anche quella enogastronomica. Mi piace abbinare un buon vino a del buon cibo. Mi diletto in cucina soprattutto per mia figlia Vittoria (sono una mamma-chioccia), ma amo anche andare al ristorante in compagnia. Non disdegno una sana mondanità, perché mi piace conoscere persone nuove, creare relazioni interpersonali. Questo mi aiuta anche nel mio lavoro. Di recente, ho iniziato a fare un po’ di sport. Vado a correre per staccare un po’ la spina e respirare aria fresca”.

Come hai imparato a conoscerti meglio?
“Confrontandomi con gli altri. Sono molto severa con me stessa. Mi metto sempre in discussione, sia con iDonna che come madre, ma non riesco a non viziare un po’ mia figlia. Vizio lei ma anche me stessa, perché Vittoria è il mio piccolo clone (ride). Io e lei siamo una macchietta. D’altronde Vittoria è molto brava a scuola, molto responsabile. Se io sono più elastica, è anche perché lei si comporta bene”.

La tua visione del mondo?
“Sono ottimista, ma questo mondo mi fa paura. Dare la vita a un figlio di questi tempi è una grossa responsabilità. La sfida più grande è mettere in guardia i nostri figli dai pericoli, ma trasmettere loro un’idea positiva della vita”.

Sei credente?
“Per sopportare i grandi dolori della mia vita, ho fatto un mio percorso spirituale. Ho vissuto un momento in cui non sapevo quale fosse la mia strada, quindi ho fortemente cercato un rapporto con la spiritualità, per avere un serbatoio di forza interiore che mi ha aiutata nei momenti più duri. Sono abbastanza credente. Dico ‘abbastanza’ perché non ho la fede cieca, anche se fin da piccola ho avuto come punto di riferimento spirituale la figura di Don Sergio, il parroco di famiglia, che ha battezzato, cresimato e sposato sia me che mio fratello, fino al battesimo dei nostri figli”.

Difetti e pregi di Silvia Gori.
“Di difetti me ne riconosco tanti (sorride). Sono troppo schietta, rischio di dire sempre quello che penso. Nella vita non è un bene. Tante volte mi innamoro a pelle di persone o di situazioni che poi mi deludono. Un difetto, per chi non mi conosce bene, è che sembro una primadonna, cosa che assolutamente non sono! Per tutti gli altri difetti, dovresti sentire Beatrice, la mia amica del cuore di Spoleto. Anche per i pregi ti rimando a Beatrice, ma se devo dirne uno, mi riconosco la capacità di saper ascoltare gli altri. Nella vita cerco di essere sempre coerente. Poi, mi sento una persona umile”.

Cosa ti fa più paura negli altri?
“L’ignoranza. La cattiveria e l’invidia che l’accompagna. La stupidità”.

Quali sogni hai per il futuro?
“Io non smetto mai di sognare. Desidero che iDonna cresca e diventi un’associazione riconosciuta a livello nazionale, ma il sogno più grande è lasciare iDonna a mia figlia - gli occhi scuri di Silvia Gori scintillano - Vorrei che avvenisse questo passaggio generazionale, vedendo crescere insieme le mie ‘creature’: iDonna e la mia adorata Vittoria”.


a cura di Damiana Schirru, Storie di JoyLife - Racconto del: 25.01.2016