Barbara Pescetto Levaro

Fondatrice di Eureka - Il lavoro a modo tuo

“Nei suoi occhi, non ho dubbi, vedo il mare di Genova”.

Bisogna necessariamente avere gli occhi azzurri per racchiudere nello sguardo le onde del mare? Ho capito che la risposta è “no”, quando ho conosciuto Barbara Pescetto-Levaro, due vivaci occhi color nocciola con inciso sul fondo il litorale di Genova: i suoi flutti, i suoi toni di blu, miscelati, più in superficie, al colore ambrato dei caruggi al tramonto.

“Genova è la mia città, mi scorre nel sangue. Ho sempre il suo mare e le sue viuzze davanti agli occhi”, racconta Barbara Pescetto-Levaro, classe 1968 (“rivoluzionaria dentro”, esclama con ironia), fondatrice di “Eureka - Il lavoro a modo tuo”, Consulente per l’Orientamento al mondo del lavoro e Career Counseling, che ho il piacere di presentare oggi ai lettori di “Storie”.

Il percorso vissuto da Barbara richiama alla memoria le parole del celebre cantautore genovese Fabrizio De André:
“Genova… Tutte le volte che ti ci trovi fuori ti rendi conto che è una città soprattutto da rimpiangere. Nel senso che ci nasci e ci vivi fino a 20 anni - dove un nostro amico poeta diceva che si arde di inconsapevolezza - Poi a 20 anni cerchi di trovare lavoro e ti rendi conto che è difficile lavorarci. Allora te ne vai. E dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla”.

O ad amarla di più … L’analogia con la vita di Barbara Pescetto-Levaro è calzante.
“Nasco a Genova,nel quartiere Castelletto - racconta la fondatrice di Eureka - Mio padre, Benedetto, era genovese, mentre mia madre, Maria Luisa (detta Marisa),era originaria di Padova. Sono figlia unica. I miei genitori si sono conosciuti durante un viaggio. A Genova ho fatto gli studi elementari, le medie e il liceo classico. Poi a 19 anni, dopo la maturità, ho sentito che Genova mi stava un po’ stretta … Nonostante l’orizzonte largo che ha di fronte, con il suo porto e il suo mare, Genova è una città un po’ chiusa, ripiegata su se stessa. E allora - proprio come ha scritto Fabrizio De André - a poco meno di 20 anni ho iniziato a sentire il peso di questa chiusura, a sognare di andarmene, pur amando profondamente la mia città”.

Così sei approdata a Padova.
“Sì, non ho avuto dubbi su dove andare a studiare, perché fin da piccola venivo a Padova a trovare i nonni materni durante le vacanze. Avevo già tanti amici d’infanzia qui. Poi Padova vanta una delle più antiche Università del mondo. In generale, mi attirava di più il Veneto: più aperto della Liguria, più frizzante, più innovatore. Comunque un modo diverso di vivere, che mi stimolava moltissimo. Mi trasferii dai miei nonni e mi iscrissi alla Facoltà di Lingue, materia che avevo sempre amato. Adoravo la Filosofia, ma non mi attirava l’idea di fare l’insegnante o la ‘filosofa’. Mi vedevo un po’ avulsa dalla realtà, mentre a me è sempre piaciuto entrare nei mondi operativi, più concreti. Pensai che Lingue potesse aprirmi più porte a livello lavorativo, e così fu”.

Il primo ad “ispirarti” nel mondo del lavoro è stato papà Benedetto…
“Eh già! - conferma Barbara - Quando ero piccola, adoravo stare in ufficio con mio padre ed osservare come lavorava. Lui era Direttore del Personale al Consorzio Autonomo del Porto di Genova. Io ero una ragazzina, ma mi è capitato di ascoltare le sue telefonate, di sentirmi coinvolta e interessata a quello che faceva. Mio padre ha lavorato in anni difficili, dal punto di vista sociale e politico. Erano gli anni di piombo, del terrorismo dilagante. Genova era una ‘piazza calda’, così come Padova. Spesso papà ha dovuto affrontare situazioni delicate. Ho amato moltissimo il suo modo di lavorare, o quello che respiravo del suo mestiere. In qualche modo, da adulta, ho seguito le sue orme”.

Sei stata viziata da bambina?
“Mica tanto! - risponde inarcando il sopracciglio - Sono stata coccolata dai nonni, quello sì. Ho vissuto un’infanzia serena, piena di ricordi felici, a cominciare dalle vacanze estive. Le più belle le ho trascorse coi nonni a Laigueglia, vicino ad Alassio, di fronte all’isola Gallinara. Un posto meraviglioso. Poi ho bellissimi ricordi degli inverni sulla neve in Alto Adige. Ho ricevuto molto affetto in famiglia, ma nel contempo mi è stata impartita un’educazione rigida, come a tante bambine della mia generazione. La regola a casa era: se fai hai, se non fai non hai. Se fai è il tuo dovere … Mamma con me è stata amorevole, ma severa. Sulla mia educazione hanno influito molto anche i nonni paterni, soprattutto nonna Amalia, piemontese doc, razza tosta, inquadrata. Parliamo di gente che usciva dalla guerra, che aveva vissuto rovesci economici e familiari. Nonna era una donna forte, un po’ dura. Si era ritrovata vedova,poi si è risposata con nonno Percy e ha cominciato con coraggio una nuova vita. Per me è stata un grande esempio di determinazione. Sono cresciuta con la sua vocina nell’orecchio che mi diceva: ‘Bisogna rendersi indipendenti, realizzarsi, costruirsi una carriera’. Un messaggio forte e chiaro, difficile da ignorare”.

Non ti sei mai ribellata alle regole familiari?
“No mai. Non sono stata una figlia ribelle. Anche per questo, il modello educativo dei miei genitori ha trovato terreno fertile nella mia testa. Forse mi sono ribellata più tardi, tra i 18 e i 20 anni, quando si diventa più consapevoli di quello che si vuole. Però a quel punto era una ribellione più razionale. Mi piaceva molto studiare … Probabilmente è stato il mio interesse per lo studio a non farmi essere una ribelle. E’ una grandissima discriminante se un giovane capisce di apprezzare lo studio, o di detestarlo. Se ami studiare, ti poni già degli obiettivi. Come diceva nonna Amalia”.

Insomma, tanto inquadramento fin da piccola …
“Direi di sì. Ho ricevuto un’educazione all’energia, alla produttività e al senso del dovere. Un vero e proprio allenamento alla fatica. Un esercizio a spostare il risultato, la soddisfazione, l’appagamento. Questo accresce la motivazione e la forza di volontà. Sarà per i miei retaggi educativi che, a volte, riconosco di essere un po’ rigida. Provo a lavorarci su, ma su certe cose non transigo - Sorride con pudore, come se si stesse mettendo a nudo, e in qualche modo è così - Sono i risultati dell’imprinting materno, della severità, dei modelli formativi ricevuti in famiglia”.

La ascolto, e avverto nei confronti di Barbara una tenerezza inattesa. Di fronte a me, non vedo più la bella donna raffinata, ma la bambina giudiziosa, alle prese con regole e doveri da rispettare. Lo ammetto. Non conoscendola, avevo scambiato la sua compostezza per una forma di distacco. Di freddezza forse. Ora capisco che non è così. Barbara ha una grande umanità e sensibilità. È che si lascia scoprire piano piano, per quell’innata riservatezza che la contraddistingue. Questo, d’altronde, non fa che rendere più piacevole la sorpresa. Come quando entri in una casa calda e accogliente, che mai avresti immaginato tanto bella dalla facciata sobria e un po’ austera.

I tuoi pregi e i tuoi difetti?
“Ecco una domanda tosta! (ride). Non sono fatta per i compromessi. Per me tutto è bianco o è nero, non amo le sfumature di grigio. Sono un’incallita perfezionista, forse per un’insicurezza di fondo che mi spinge a cercare l’approvazione altrui. Questo non va bene, perché restituisce un’immagine non veritiera di me. A chi non mi conosce, do l’idea di essere una donna formale. Non è così. Mi riconosco una certo riserbo, ma in fondo sono un’estroversa, una persona sincera, diretta. Amo dire quello che penso. Mi piace stare in compagnia, parlare con le persone, mischiarmi alla gente. Tra i pregi, penso di avere molta energia e forza di volontà. Mi considero un’amica leale, do grande importanza al valore dell’amicizia. Per questo non tollero la vigliaccheria e la falsità. Detesto l’incoerenza. Sono un’ottimista. Cerco il bello nelle persone e nelle situazioni. Provo sempre a dare un senso alle cose, a capire ciò che accade intorno a me”.

Cosa sognavi di fare da grande?
“Alle elementari volevo fare la scrittrice o la pediatra. Mi immaginavo col camice bianco ad aiutare i bambini malati, ma più che una vera vocazione, era il riflesso dell’ammirazione che provavo per la mia pediatra. Una donna in gamba, molto ‘avanti’ per la società degli anni ’70. Un marito chirurgo, due figli, lei grande lavoratrice. Era un modello di donna che mi piaceva. Poi, però, mi sono accorta di non avere la vocazione da pediatra. Rapportarmi con la sofferenza dei bambini non è nelle mie corde. Dicono che quando studi medicina ti ci abitui. Può darsi, ma non so se sarei stata pronta ad abituarmi a questo, mentre sento più mia la vocazione all’aiuto. Quella l’ho seguita in qualche modo nella professione che svolgo oggi”.

Hai vissuto qualche momento critico nell’adolescenza?
“Mi viene in mente un episodio in particolare. Avrò avuto 13 anni, ero andata a fare shopping con mia madre, e non sono entrata in un paio di pantaloni che mi piacevano tanto! Apriti cielo … Ricordo bene che per me è stata una vera tragedia! (ride). Avevo la classica età in cui una ragazza non si piace, si vede grassa o si sente comunque a disagio. Ho provato anch’io queste sensazioni di insicurezza, benché mia madre mi avesse sempre insegnato a non dare importanza all’esteriorità, così come a titoli, soldi e status sociale delle persone. Mamma mi ha trasferito il valore della ‘signorilità’ in questo senso, e gliene sarò sempre grata. Noi genovesi siamo piuttosto essenziali, amiamo l’understatement. Questa forma mentis acquisita da ragazzina mi è rimasta, perché ancora oggi mi danno fastidio le persone che ‘mostrano’, che ‘esibiscono’, sia a livello sociale che lavorativo. Se le incontro, le metto all’angolo”.

Parlaci del tuo percorso professionale.
“Mi sono laureata a 23 anni, e ho iniziato subito a lavorare. Ho esordito con una breve esperienza di un anno nel settore nautico a Genova, grazie soprattutto alla padronanza della lingua inglese. Poi ho risposto ad un annuncio sul Veneto e ho lavorato per un po’ di tempo in un’azienda di Grisignano di Zocco (VI), che commercializzava climatizzatori d’aria. E’ stata un’esperienza bellissima, perché mi sono trovata a lavorare nella classica piccola realtà imprenditoriale veneta in espansione. Il titolare e sua moglie sono persone squisite, per cui nutro profonda stima e affetto. Mi hanno insegnato tanto, più di un Master a Milano!Per loro seguivo la rete di agenti europei dal punto di vista commerciale. Andavo alle fiere in Italia e all’estero, grazie alla mia conoscenza della lingua inglese e francese. Come avevo sperato, le lingue mi stavano aprendo le porte al mondo del lavoro. Sono state per me la chiave di accesso”.

Hai lavorato in altre aziende?
“Sì - racconta Barbara - Un giorno lessi l’annuncio di un Consorzio Europeo che cercava un laureato in Lingue o in Economia, con buona conoscenza del francese, per seguire dei progetti dell’Unione Europea. Risposi all’annuncio e passai la selezione. Fu così che entrai a Telerete Nordest. Facevamo ricerca sull’impatto delle nuove tecnologie sui mondi organizzativi. Era fine anni ’90. Dopo essere diventata ‘quadro’, il Direttore mi assunse e mi affidò la Gestione delle Risorse Umane come Capo del Personale, unica donna fra colleghi maschi. Avevo 29 anni. Per me fu una grande soddisfazione. Dopo 10 anni, mi dimisi a malincuore. Ero legatissima all’azienda, ma volevo affrontare nuovi percorsi”.

Così hai fondato “Eureka - Il lavoro a modo tuo”.
“Esatto. Dopo tanti anni in azienda, volevo creare qualcosa di mio. Un po’ mi ero stufata di fare sempre le stesse cose. Alla fine, qualunque attività aziendale diventa routinaria, si applicano gli stessi schemi, magari a situazioni nuove, ma non si può spaziare più di tanto. Mi è sempre piaciuta l’idea del mettersi in proprio. Poi, quando è nata mia figlia Benedetta (in omaggio al nonno) non ho avuto dubbi. Ora avevo nuove priorità, tempistiche diverse. Ci sono donne che riescono a stare 14 ore in azienda dopo la maternità, e sono bravissime, ma a me veniva la nausea quando uscivo di casa per andare a lavorare. Così, dopo un anno, supportata dalla mia famiglia e da mio marito, ho approfondito la tematica del Career Counseling. Una volta appurato che a Padova non esistevano professionisti del settore, mi sono entusiasmata ancora di più al progetto e ho fondato Eureka”.

Come hai cominciato?
“Con un tavolino al Caffè Pedrocchi! All’inizio non avevo un ufficio, ero armata solo dei miei biglietti da visita e delle migliori intenzioni. Da brava genovese, prima di investire in una struttura, ho preferito effettuare un test. Volevo vedere se la cosa poteva attecchire in ambito padovano. E’ quello che insegnano in azienda: prima effettui una fase di test sull’utente poi, se va bene, si può partire con l’attività. Per un po’ di tempo ho avuto uno spazio presso uno studio di Ricerca e Selezione del Personale a Padova. Facevo per loro qualche selezione e nel frattempo ho fatto partire Eureka. Pian piano ho realizzato il sito, la pagina Facebook, ho iniziato a lavorare con i privati, poi sono arrivate le consulenze con aziende ed enti di formazione”.

In cosa consiste il tuo lavoro?
“Mi occupo di consulenza di carriera. Aiuto le persone ad orientarsi nel mondo del lavoro. Supporto chi lavora ma vorrebbe cambiare attività, o chi non lavora perché non sa cosa fare, né da che parte cominciare. Attraverso incontri individuali, cerco di aiutare le persone a diventare da ‘attori’ a ‘protagonisti’ della propria vita professionale. L’obiettivo è trasformare la fantasia, o l’idea giusta, in un lavoro reale. Mi piace aiutare le persone ad alimentare la visione. Vedere oltre, che poi significa allenare i canali di ascolto”.

La tua più grande soddisfazione con Eureka?
“Quando ho aiutato un ragazzo di 18 anni, nipote di un amico. Un caso difficile. Aveva perso 2 anni a scuola, era depresso, aveva problemi di tutti i tipi... Ci proviamo - dico al mio amico -ma forse ci vorrebbe un orientatore,o uno psicologo. Lui risponde di no, che hanno già provato di tutto e non sono venuti a capo di nulla. Va bene, accetto la sfida. All’inizio è stata dura, lui era distante, non collaborava. Ad un certo punto gli ho detto: siccome sono una consulente, e costo, tu non puoi venire qua a scaldare il banco, perché tanto c’è papà che paga, quindi sospendiamo il percorso. E così ho fatto. Lui però è tornato … con uno spirito diverso, propositivo. L’ho seguito per 6 mesi, e i risultati sono stati incredibili. L’anno scorso ha passato la maturità due anni in uno, ha preso la patente che non riusciva a prendere, oggi fa una vita molto regolata, ha iniziato ad aiutare il padre, che ha una società di servizi, ha frequentato e superato il corso per diventare agente di commercio. Insomma, questo ragazzo ha fatto ‘clic’, e la lettera che suo padre mi ha scritto per ringraziarmi è commovente”.

Sei associata a iDonna. Come mai questa scelta?
“Ah è stato bellissimo - risponde Barbara di getto - Era da un po’ di tempo che mi riproponevo di entrare in contatto con interlocutori aziendali. Un giorno entro in Facebook e mi appare iDonna. Vedo una persona che conosco tra le associate (Elisa Gelmini dello Studio ADM) e il numero di telefono dell'Associazione con prefisso di Padova. Decido di chiamare, ma vengo fraintesa. Mi sento rispondere che l’Associazione non ha bisogno di consulenti (ride). Mi spiego meglio: ho chiamato perché interessata ad associarmi, e così ho fatto! Le responsabili di iDonna mi sono piaciute subito, per il loro modo immediato e cordiale di porsi, per la dimensione umana, varia e flessibile dell’Associazione, che rispecchia la vita vera”.

Cosa ami fare nel tempo libero?
“Mi piace parlare con le persone. Amo camminare per strada, e qui ritorna la mia priorità di contatto con la gente. Adoro leggere. Cerco sempre un aggancio emotivo con me stessa, una connessione coi miei stati d’animo. Se sento un buon profumo, mi fermo e lo assaporo fino in fondo, così come un tramonto. È una bella carica di energia per me. Come hobby amo il restyling di mobili. Ho fatto un corso intensivo a Milano per apprendere le tecniche dello stile shabby-chic. Ridai vita a oggetti vecchi, magari stipati in soffitta. È una cosa che mi diverte e mi rilassa. Mi piace nuotare, ma più al mare tra gli scogli che in piscina, e adoro sciare. Non sono un’appassionata di cucina, ma amo ricevere a casa mia e organizzare serate tra amici. Sono appassionata di design, soprattutto quello italiano dagli anni ’60 in poi: Magistretti, De Padova, Scarpa. Se avessi potuto, avrei fatto l’architetto,ma proprio mi mancava il talento. Per me è il lavoro più bello che ci sia. Il fatto di progettare, di lavorare col bello, di metterci del tuo, ma a disegnare sono una vera scarpa! (ride). Poi adoro viaggiare, ho visitato posti meravigliosi”.

Il viaggio più bello?
“In Polinesia. Ci sono stata due volte. Poi in Australia con mio marito, indimenticabile. Siamo stati un mese, l’ho girata bene, però se avessi dovuto scegliere dove vivere, da ragazza avrei risposto: gli Stati Uniti d’America. Era l’idea della libertà, del sogno. Oggi invece scelgo l’Italia - dove credo si viva molto bene, nonostante le tasse - e la Francia, dove ho lavorato per due estati, per studiare a fondo la lingua e la cultura francese. È un Paese che adoro”.

Sei romantica?
“Mah, direi di no … (ride). Romantica nel senso di coltivare dei sogni insieme a mio marito sì, ma non sono mai stata svenevole! Il mio uomo deve farmi soprattutto ridere. Franco (Colpi, di professione avvocato) mi ha conquistata così! Lui è il mio sostegno e la mia allegria … Siamo stati fidanzati molti anni prima di sposarci. Stiamo insieme dal ’92 e ci siamo sposati nel 2000. Ho conosciuto mio marito nella Biblioteca Universitaria di Padova, me l’ha presentato una delle mie più care amiche. Stiamo insieme da ben 22 anni. Tanti, eh?”.

“Davvero tanti!”, rispondo tra stupore e ammirazione. Il segreto di un matrimonio riuscito?
“Decisamente ridere, litigare, parlare moltissimo. Avere dei valori di fondo e degli interessi affini, come la socialità, nel nostro caso, e l’ironia. Un legame, nel tempo, viene alimentato da progetti in comune, come il sogno di comprarci una casa a Camogli. Magari non la prenderemo mai, ma solo il fatto di parlarne cementa il rapporto”.

La tua gioia e il tuo dolore più grande.
“La gioia: la nascita di mia figlia Benedetta. Il dolore: la perdita di un carissimo amico morto in un incidente stradale. Un dolore come la perdita dei nonni, l’ho vissuto come un passaggio naturale, ma la morte di un amico, di una persona giovane, nel fiore degli anni, mi ha turbata profondamente”.

Cosa ti fa più paura?
“In generale, la violenza cieca. I recenti attentati di Parigi mi hanno toccato moltissimo. Mi terrorizza questa guerra ‘liquida’, la totale assenza di raziocinio nelle persone. Poi mi spaventa la poca importanza che si dà alla cultura, al senso del bello, al farsi delle idee personali, trascurando la propria evoluzione interiore”.

Sogni nel cassetto?
“Vorrei fare un viaggio in Cina, per vedere la Grande Muraglia. Con Eureka, mi piacerebbe entrare ancora di più nelle aziende, perché la consulenza aziendale mi stimola tantissimo. Entro col mio bagaglio, con i miei tempi, facendo le cose che mi piacciono. Vorrei portare Eureka sempre di più in questa direzione: non ‘solo’ servizi per Career Counseling di privati, o per Business Coaching di decisori, ma sviluppo di nuove idee, visioni e strategie. Mi piacerebbe scrivere un libro per raccontare le storie professionali delle persone che ho conosciuto e conosco da quando ho iniziato la mia avventura di Eureka. Non ho ancora definito la struttura del testo, però ho in mente il titolo: ‘A modo mio’, che è uno dei miei motti di vita, nonché una delle mie canzoni preferite, ‘My way’ di Frank Sinatra”.

Ti senti una donna realizzata?
“Posso dire di sentirmi appagata. Questo deriva anche da un ‘allenamento’ all’ascolto delle mie emozioni e dal fatto di saper gustare giorno per giorno il bello e il buono che ci viene. Certo, c’è anche il canale negativo, però una bella musica, una serata in compagnia, un viaggio suggestivo, tutto questo mi riempie di energia. Dobbiamo riprendere in mano le ‘piccole’ cose della vita, e imparare a goderne. E’ stimolante inseguire nuove emozioni, nuovi progetti, ma è prima di tutto importante assaporare ciò che abbiamo. Ora, ad esempio, mi sto godendo questa bella chiacchierata con te, ed è una cosa che mi porterò dentro”.

Mi sento lusingata dalle sue parole. Forse arrossisco un po’. Barbara se ne accorge. Mi sorride. La guardo a fondo, oltre le ciglia, attratta da un riflesso azzurrino. Nei suoi occhi, non ho dubbi, vedo il mare di Genova.


a cura di Damiana Schirru, Storie di JoyLife - Racconto del: 10.03.2016